3 pericoli insiti nella nostra scrittura

1 . GLI AVVERBI

Gli avverbi sono, per molti, la croce e la delizia della scrittura. Questo perché nel parlato essi si usano soventi e, qualunque sia il nostro dialetto o la nostra area geografica di riferimento, la verità è che ne utilizziamo comunque moltissimi. Eppure, essi rimangono molto meno utili nella forma scritta. Differentemente da quanto crediamo, infatti, gli avverbi non aggiungono significati, non spiegano granché e non hanno una vera e propria potenza evocativa: insomma appesantiscono e basta (soprattutto quelli in –mente). La verità è che l’uso improprio degli avverbi (spesso un vero e proprio abuso) rischia di far perdere di ritmo i nostri romanzi. La buona notizia è che esistono soluzioni alternative per rendere migliore ciò che vogliamo della nostra narrazione.

2. LE RIPETIZIONI

Le ripetizioni di parole si suppliscono con l’uso virtuoso dei sinonimi. Le ripetizioni di concetti si evitano lavorando molto di struttura (pensiamo soltanto ai modi in cui possiamo definire o evocare un personaggio multidimensionale senza chiamarlo ogni volta con il nome). Le ripetizioni però, spesso, coinvolgono addirittura i contenuti: vere e proprie azioni che si ripetono, periodi che si ripetono, descrizioni che si ripetono, descrizioni che si ripetono. Naturalmente tutto questo implica soltanto una gran noia in chi ci legge!

3. IL “TROPPO AMORE” PER LE PAROLE

Non innamoriamoci di una parola, di un’espressione, di una figura retorica. Nell’economia di un periodo o di un capitolo è sempre l’armonia delle parti a essere importante: se qualcosa stona va migliorata, o addirittura sacrificata per l’equilibrio d’insieme. Poco importa se quella frase stonante ha in sé una delle parole più belle che mai abbiamo pescato dal nostro cilindro d’autore! Nonostante gli sforzi, dobbiamo essere consapevoli che si può sempre fare meglio e che scrivere significa anzitutto “riscrivere”.

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